Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne 2023

La violenza di genere è un fenomeno che può sembrarci distante: ne sentiamo parlare in TV, leggiamo qualche titolo sul giornale, ma sicuramente non riguarda me, non lo vivo in prima persona e non conosco nessuno che la subisce o che la agisce. 

In realtà è un fenomeno che riguarda tutti, poiché ha una forte matrice culturale. Partiamo da qualche esempio, per rendere meglio il concetto. Quante volte abbiamo sentito dire frasi del tipo:

  • “Lei porta i pantaloni nella coppia”
  • “Datti una calmata, scommetto che oggi hai le tue cose” 
  • “Se ti vesti così, poi non lamentarti se ti fischiano” 
  • “Continuerai a lavorare dopo aver partorito?” 
  • “Sei una donna con le palle”.

Avete mai sentito una di queste frasi rivolte a un uomo?  

Questi esempi denotano una “sottile” svalutazione del femminile e sono tutti riconducibili a stereotipi di genere, ossia a definizioni culturali rigide sui ruoli che uomini e donne dovrebbero avere sia nella sfera pubblica che in quella privata, nello specifico, su ciò che ci dovremmo aspettare da un maschio e da una femmina; quali comportamenti ed emozioni possono essere considerati appropriati e desiderabili per l’uno e per l’altra. Renderci consapevoli di questo sfondo culturale, per poi non riprodurlo, è qualcosa che ognuno di noi può fare. 

Le prescrizioni culturali relative al maschile e al femminile, se non sono riconosciute e messe in discussione, condizionano i percorsi di vita individuali e le relazioni sociali. Rappresentano delle potenziali “gabbie” per tutti, non solo per le donne. Pensiamo, per esempio, agli uomini che hanno piacere e desiderio di dedicarsi ai figli. Molti di loro si sentiranno rivolgere l’appellativo “mammo”, come se un padre non potesse prendersi cura del proprio bambino. 

“Gli stereotipi di genere rappresentano nella nostra vita qualcosa di simile all’acqua per i pesci: uno sfondo di cui ordinariamente non siamo coscienti, ma dentro al quale ci muoviamo e scegliamo” (Foster Wallace, 2009) 

Cosa c’entra tutto questo con la violenza? 

Esiste una continuità tra gli stereotipi di genere e la violenza maschile nei confronti delle donne, infatti la valenza di questi rigidi modelli, oltre ad avere delle ricadute sulla libertà individuale, condiziona anche il valore che noi attribuiamo a noi stessi e agli altri. 

Piangere per un bambino è considerato da “femminuccia” e sentirsi dare questo appellativo in modo sprezzante non è certo una dimostrazione di apprezzamento. In questo senso la diffusione della violenza maschile può anche essere vista come la conseguenza di un’educazione che porta i maschi, fin da piccoli, a credere di avere più valore delle femmine e di conseguenza li porta ad allontanare da sé tutto quello che viene considerato femminile, caratteristiche – come anticipato – che vengono disprezzate e considerate devianti rispetto agli standard di virilità. 

La prevenzione, intesa come educazione al rispetto delle differenze e alla parità delle opportunità, è indispensabile per produrre benessere sociale

Abbiamo parlato di consapevolezza e di prevenzione, ora affrontiamo un’ultima tematica che è quella del contrasto e quella della non indifferenza.

È possibile immaginare il problema della violenza di genere come un iceberg, dove il vertice coincide con il femminicidio e a seguire le forme visibili della violenza, mentre la parte sommersa, che sostiene quello che vediamo, è rappresentato da una cultura che normalizza la violenza, la giustifica o la attenua. 

La base, come possiamo vedere, è fatta di battute, stereotipi, luoghi comuni, pregiudizi che vengono continuamente alimentati e passati di generazione in generazione. Ogni volta che minimizziamo una qualunque forma di violenza, ogni volta che ignoriamo il disagio di una persona offesa, scegliendo di non empatizzare con la stessa, stiamo alimentando questa cultura che è proprio quella che crea il terreno fertile per le forme di violenza più esplicite. Assistiamo a episodi del genere costantemente, anche se non li agiamo in prima persona, non li combattiamo e con questo comportamento passivo contribuiamo al mantenimento di questa cultura

Dobbiamo avere la forza e il coraggio di contrastare ogni atteggiamento che leda o minimizzi il valore di una persona, indipendentemente dal sesso, dal genere, dall’orientamento sessuale, dala sua etnia, dalla sua religione ecc. 

Questo è quello che può fare ognuno di noi per contrastare la violenza.

Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne 2023

La violenza di genere è un fenomeno che può sembrarci distante: ne sentiamo parlare in TV, leggiamo qualche titolo sul giornale, ma sicuramente non riguarda me, non lo vivo in prima persona e non conosco nessuno che la subisce o che la agisce. 

In realtà è un fenomeno che riguarda tutti, poiché ha una forte matrice culturale. Partiamo da qualche esempio, per rendere meglio il concetto. Quante volte abbiamo sentito dire frasi del tipo:

  • “Lei porta i pantaloni nella coppia”
  • “Datti una calmata, scommetto che oggi hai le tue cose” 
  • “Se ti vesti così, poi non lamentarti se ti fischiano” 
  • “Continuerai a lavorare dopo aver partorito?” 
  • “Sei una donna con le palle”.

Avete mai sentito una di queste frasi rivolte a un uomo?  

Questi esempi denotano una “sottile” svalutazione del femminile e sono tutti riconducibili a stereotipi di genere, ossia a definizioni culturali rigide sui ruoli che uomini e donne dovrebbero avere sia nella sfera pubblica che in quella privata, nello specifico, su ciò che ci dovremmo aspettare da un maschio e da una femmina; quali comportamenti ed emozioni possono essere considerati appropriati e desiderabili per l’uno e per l’altra. Renderci consapevoli di questo sfondo culturale, per poi non riprodurlo, è qualcosa che ognuno di noi può fare. 

Le prescrizioni culturali relative al maschile e al femminile, se non sono riconosciute e messe in discussione, condizionano i percorsi di vita individuali e le relazioni sociali. Rappresentano delle potenziali “gabbie” per tutti, non solo per le donne. Pensiamo, per esempio, agli uomini che hanno piacere e desiderio di dedicarsi ai figli. Molti di loro si sentiranno rivolgere l’appellativo “mammo”, come se un padre non potesse prendersi cura del proprio bambino. 

“Gli stereotipi di genere rappresentano nella nostra vita qualcosa di simile all’acqua per i pesci: uno sfondo di cui ordinariamente non siamo coscienti, ma dentro al quale ci muoviamo e scegliamo” (Foster Wallace, 2009) 

Cosa c’entra tutto questo con la violenza? 

Esiste una continuità tra gli stereotipi di genere e la violenza maschile nei confronti delle donne, infatti la valenza di questi rigidi modelli, oltre ad avere delle ricadute sulla libertà individuale, condiziona anche il valore che noi attribuiamo a noi stessi e agli altri. 

Piangere per un bambino è considerato da “femminuccia” e sentirsi dare questo appellativo in modo sprezzante non è certo una dimostrazione di apprezzamento. In questo senso la diffusione della violenza maschile può anche essere vista come la conseguenza di un’educazione che porta i maschi, fin da piccoli, a credere di avere più valore delle femmine e di conseguenza li porta ad allontanare da sé tutto quello che viene considerato femminile, caratteristiche – come anticipato – che vengono disprezzate e considerate devianti rispetto agli standard di virilità. 

La prevenzione, intesa come educazione al rispetto delle differenze e alla parità delle opportunità, è indispensabile per produrre benessere sociale

L’Iceberg

Abbiamo parlato di consapevolezza e di prevenzione, ora affrontiamo un’ultima tematica che è quella del contrasto e quella della non indifferenza.

È possibile immaginare il problema della violenza di genere come un iceberg, dove il vertice coincide con il femminicidio e a seguire le forme visibili della violenza, mentre la parte sommersa, che sostiene quello che vediamo, è rappresentato da una cultura che normalizza la violenza, la giustifica o la attenua. 

La base, come possiamo vedere, è fatta di battute, stereotipi, luoghi comuni, pregiudizi che vengono continuamente alimentati e passati di generazione in generazione. Ogni volta che minimizziamo una qualunque forma di violenza, ogni volta che ignoriamo il disagio di una persona offesa, scegliendo di non empatizzare con la stessa, stiamo alimentando questa cultura che è proprio quella che crea il terreno fertile per le forme di violenza più esplicite. Assistiamo a episodi del genere costantemente, anche se non li agiamo in prima persona, non li combattiamo e con questo comportamento passivo contribuiamo al mantenimento di questa cultura

Dobbiamo avere la forza e il coraggio di contrastare ogni atteggiamento che leda o minimizzi il valore di una persona, indipendentemente dal sesso, dal genere, dall’orientamento sessuale, dala sua etnia, dalla sua religione ecc. 

Questo è quello che può fare ognuno di noi per contrastare la violenza.